Il 23 e il 24 settembre 2022 si è svolto a Padova il XXX Congresso Nazionale AIRIPA 2022. Gli interventi sono stati molti ed interessanti. Di seguito è possibile trovare una sintesi degli iinterventi delle sessioni plenarie.


L'eterogeneità nella dislessia: implicazioni per la teoria e la pratica (K. Moll)

L’eterogeneità della dislessia è evidenziabile nelle dissociazioni rilevabili tra bambini con difficoltà di riconoscimento di parole (decodifica) e di comprensione del testo e tra bambini con dislessia (RD) e disortografia (SD).

Per quanto riguarda le prime dissociazioni, è stato rilevato come gruppi di bambini con Dislessia e/o disortografia e bambini con Difficoltà di comprensione del testo differiscano, in linea con la Simple View of Reading (Gough & Tunmer,1986), per deficit fonologici (rilevati in compiti di delezione, manipolazione e ripetizione) presenti nel primo gruppo ma non nel secondo e, viceversa, per deficit di comprensione del linguaggio presenti nel secondo gruppo ma non nel primo (Catts, Adlof e Weismer, 2006)

È stato rilevato come training sulle abilità di vocabolario possano migliorare le abilità di comprensione del testo (Clarke et al., 2010)

Per quanto riguarda invece le dissociazioni tra bambini con dislessia (RD) e disortografia (SD) queste sembrano riguardare deficit fonologici, rilevabili nella scuola della infanzia in misura significativa maggiore nei bambini con SD rispetto ai bambini con RD, e in deficit nella denominazione rapida (RAN), rilevabili invece in misura significativamente maggiore nei bambini con RD rispetto a quelli con SD (Wimmer e Mayringer, 2002)

Sulla base di queste evidenze è stato sviluppato un modello che sostiene che la disortografia sia dovuta ad un deficit di rappresentazione ortografica, dovuto a sua volta a deficit nella consapevolezza fonologica, mentre la dislessia sia dovuta all’assenza/debolezza di connessione con la processazione rapida di queste informazioni, dovuta a sua volta da deficit di denominazione rapida. Due esperimenti sembrano dimostrare la validità del modello. Nell’esperimento di Mehlhase et al. (2018), emerge come bambini con SD abbiano difficoltà nella costruzione/rievocazione di una corretta rappresentazione ortografica di non parole appena apprese associate ad una figura ma non nella rievocazione di simboli ad esso associata mentre bambini con RD non presentino queste difficoltà ma siano più lenti nel compito.

Nell’esperimento di Bakos et al. (2018), attraverso un compito di discriminazione di parole/non parole monitorato attraverso EEG, è stata rilevata un’alterazione negli indici EEG in bambini con RD ma non in bambini con SD. Nuovamente, l’elaborazione nei bambini con RD richiede più tempo.

 

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Kristina Moll

Ricercatrice presso il Department of Child and Adolescent Psychiatry, Psychosomatics, and Psychotherapy della Ludwig-Maximilians-University (LMU) di Monaco. I suoi interessi di ricerca si concentrano sullo sviluppo aritmetico, della lettura e dell’ortografia, focalizzandosi sui fondamenti neurocognitivi dei disturbi dell’apprendimento (disturbi della lettura, dell’ortografia e dell’aritmetica) e sulla comorbilità tra tali disturbi.

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Animacy e cervello: building blocks per una mente sociale (G. Vallortigara)

L’imprinting (scoperto inizialmente da Douglas Spalding) è una forma di apprendimento precoce che si verifica durante una fase sensibile nei piccoli delle specie di solito precoci (ad es: pulcini e anatroccoli) e che consiste nel “fissaggio” del primo oggetto cospicuo visto alla nascita come figura materna o partner sociale.

La ricerca in laboratorio vede questi piccoli muoversi (su di una ruota) verso l’oggetto dell’imprinting (denotando una memoria di riconoscimento) e a temere invece altri oggetti.

Se inizialmente si riteneva che l’imprinting fosse ottenibile per ogni tipo di oggetto (come evidenziato dall’attività dei neuroni della parte mediale del mesopalio), una revisione ha dimostrato che questo tipo di imprinting veniva sorpassato da una preferenza innata ad oggetti naturalistici (es. una statuetta di un pollo di Jungla) (Johnson e Horn, 1988). Gli esperimenti hanno mostrato come questa preferenza non dipendeva dalla forma dell’animale (rimaneva invariata, infatti, anche con figure disassemblate) ma dai cluster di caratteristiche della testa e del collo dell’animale. La preferenza era indipendente dal tipo di animale rappresentato (es. anatra o furetto).

Anche nella nostra specie, i bambini preferiscono osservare degli stimoli simili a facce (per la disposizione degli elementi) rispetto a stimoli simili ma con quegli elementi messi in disordine (Johnson, 2005).

L’imprinting è inoltre privilegiato verso oggetti in movimento. In particolare, Vallortigara et al. (2005) hanno dimostrato che i pulcini preferiscono elementi in moto di tipo biologico. Vi è quindi un meccanismo di preimprinting verso questo tipo di movimento, un processo di apprendimento che guida l’imprinting verso stimoli che hanno un movimento di tipo biologico. Tale preferenza sembra essere presente anche nella nostra specie (Simion et al., 2008).

Si è ipotizzato dunque un meccanismo di rilevazione di “animatezza”, per distinguere cose che sono vive da quelle che non lo sono, riconoscendo tale animatezza in oggetti chiaramente semoventi, dotati di propria energia interna di movimento (come dimostrato dalle ricerche di Mascalzoni et al., 2010 sugli animali e da Di Giorgio et al., 2016 sui bambini) riconoscibili, da un cambio di velocità e da un movimento coerente con la direzione di elongazione del corpo (Rosa Salva et al., 2018).

La ricerca di “animatezza” nel cervello ha rilevato i circuiti cerebrali deputati a tale funzione (nell’area mediale preottica, nel setto laterale e nel nucleus taeniae)

L’iniezione di mesotocina (corrispettivo negli animali dell’ossitocina per gli esseri umani) porta ad un aumento della preferenza per l’oggetto animato (es. Loveland et al., 2019).

La preferenza dell’animatezza si manifesta in un giorno dalla nascita ed è significativamente inferiore a 3 giorni dalla nascita. Tale periodo critico è “bloccabile” attraverso la somministrazione di acido iopanico e “riapribile” attraverso la somministrazione di ormone tiroideo T3 (Lorenzi et al., 2021)

L’iniezione di acido valproico (la cui assunzione nelle genitrici è legata al manifestarsi di disturbi dello spettro autistico nella progenie) nell’embrione dei pulcini (al giorno 14) è in grado di inibire le preferenze di animatezza, senza intaccare il processo di imprinting.

Nei neonati a rischio di autismo (fratelli di soggetti con autismo) è stata rilevata un’assenza di preferenza per l’animatezza, rilevabile tuttavia a 4 mesi, a differenza dei bambini a sviluppo tipo dove invece questa preferenza viene meno con l’età.

 

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Giorgio Vallortigara

Neuroscienziato italiano, professore ordinario del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello – CIMEC di Trento, nonché professore ordinario di Cognizione animale presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università degli Studi di Trento. Due volte vincitore del prestigioso premio ERC Advanced Grant, molti suoi articoli sono stati pubblicati su Nature, Science, PNAS e Current Biology.

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Quanto è importante l'attenzione? Insight dallo sviluppa e dalla diversitià (G. Scerif)

È possibile considerare l’attenzione come un filtro nell’acquisizione di informazioni utili ai fini dell’apprendimento e della memoria (Amso e Scerif, 2015).

L’attenzione non è un processo unitario ma multicomponenziale ed è importante considerare l’interazione tra i diversi network attentivi (Johnson, 2001).

Sintomi di ADHD superiori al cut-off “a rischio” sono presenti in diverse condizioni come la sindrome di Down, la sindrome dell’x fragile e la sindrome di Williams (es. Scerif e Baker, 2015). Al di là delle medie di questi sintomi all’interno delle diverse popolazioni, risulta importante prestare attenzione alla variabilità interna.

Se la ricerca non ha evidenziato differenze di gruppo tra autismo e dislessia in compiti di decision making sul movimento (destra vs. sinistra), per quanto concerne l’iniziale attività encefalica (si attendeva un picco in N2 non registrato), sono state invece registrate differenze in un tempo successivo (Toffoli et al., 2021).

Tali differenze sono state approfondite attraverso il complementary drift diffusion modelling approach, che permette di superare la dicotomia “corretto/incorretto” nei processi di decision making, confermando che bambini con dislessia presentano differenze rispetto a bambini con autismo (e normotopici) sun un componente più tardo del N2 nella parte parietale, pur con grande variabilità interna al gruppo (Manning et al., 2022). Le differenze intragruppo emergono invece in funzione di sintomi ADHD.

L’eterogeneità rilevabile all’interno dei gruppi di bambini con sindrome di Williams e di Down è parzialmente predetta da fattori quali early numeracy e literacy, predittori specifici per la literacy e la numeracy e processi attentivi (Steele et al., 2013; Cornish et al., 2012 e Shalev, Steele et al., 2019).

In particolare, l’attenzione selettiva sembrerebbe predire la numeracy rispetto all’attenzione sostenuta e l’attenzione esecutiva.

Una ricerca su bambini con difficoltà d’attenzione (Steele et al., 2012) ha rilevato che l’attenzione sostenuta e selettiva è il principale predittore della numeracy (diversamente da quanto rilevabile in studi su bambini neurotipici).

Infine, la ricerca all’interno di gruppi che presentano differenze culturali (sud Africa vs. Australia) e socioeconomiche mostra pattern caratteristici: nei compiti di attenzione i bambini con SES più alto ottengono risultati migliori, indipendentemente dal contesto culturale. È emerso però che bambini sudafricani ottengono punteggi migliori dei bambini australiani (Cook et al., 2019; Howard et al., 2020). La spiegazione di questo fenomeno potrebbe essere la maggior richiesta di indipendenza e responsabilità che viene fatta a dai genitori e dalla società ai bambini sudafricani.

 

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Gaia Scerif

Professoressa di Neuroscienze cognitive dello sviluppo all’Università di Oxford (UK), studia lo sviluppo del controllo attentivo e i processi sottostanti le difficoltà attentive, partendo dai correlati neurali fino agli effetti sulle abilità cognitive, con l’obiettivo di individuare le somiglianze e le differenze nelle difficoltà attentive tra diversi disturbi dello sviluppo.

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