Da dove ha origine il nostro modo di comportarci con gli altri e in particolare con il nostro o la nostra partner? Spoiler? C’entrano i nostri genitori…

 

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Perchè creiamo relazioni con gli altri

Il bisogno di appartenenza, intesa come il bisogno di formare e mantenere una quantità minima di relazioni interpersonali, sembrerebbe essere un bisogno innato negli esseri umani (Baumeister e Leary, 1995). Come si è soliti dire: nessun uomo è un’ isola (Donne, 1975)

A livello di gruppo, la relazione con gli altri membri della specie sembra essere stata premiata dall’evoluzione (Darwin, 1859, 2003). Il gruppo permetteva infatti in epoca preistorica una maggior efficacia nella caccia e una maggior protezione dai pericoli. I cavernicoli che non volevano stare in gruppo sopperivano ragionevolmente alle insidie dell’epoca (ad eccezione forse di Albano che avrebbe ucciso da solo i dinosauri).


All'origine delle relazioni di coppia: l'attaccamento

A fianco a questa dimensione gruppale vi è però una dimensione relazionale più intima, tipica dei rapporti di coppia. Negli anni, diversi orientamenti teorici hanno provato a spiegare perché creiamo questo tipo di rapporti. Nessuno di questi, nella mia opinione, esclude realmente gli altri, rivelando invece un insieme di meccanismi che sembrano agire di concerto.

Nonostante le differenze interpretative, tutte queste teorie sembrano riconoscere (in misura e in modo diverso) che le prime relazioni che abbiamo sperimentato (in particolare quelle con i nostri genitori) hanno un’ influenza sul nostro sviluppo relazionale, che qui chiameremo "sistema di attaccamento". Vediamone questi meccanismi secondo le diverse prospettive.

L’attaccamento come condizionamento

Secondo la prospettiva comportamentista, il legame di attaccamento tra il bambino e il suo caregiver (ad esempio la mamma) sarebbero frutto di condizionamento classico (Dollard e Miller, 1950).

Il condizionamento classico ha dimostrato che presentando ripetutamente uno stimolo neutro (es. suono di campana) seguito da uno stimolo (es. cibo) che eliciti una naturale risposta (es. salivazione), il primo stimolo procurerà la medesima risposta anche in assenza del secondo stimolo diventando così condizionato.

Nel caso della relazione con i caregiver, questi sarebbero lo stimolo neutro che, soddisfacendo i bisogni di cure del bambino (es. dando il biberon), diventerebbero uno stimolo condizionato per una risposta di soddisfazione e benessere.

Per speculazione, si potrebbe dedurre che tale condizionamento con il caregiver potrebbe generare un sistema a catena di condizionamenti che ci porterebbe, ad esempio, a rispondere con affetto a quelle figure che rappresentano stimoli simili a quelli del caregiver o che forniscono in qualche modo cure simili.

Tuttavia, la prospettiva comportamentista non ha mai ritenuto utile dare troppa importanza o considerare davvero predittive queste prime interazioni, ritenendo invece come più significativi gli scambi (in termini di rinforzi) che si vengono a creare all’interno di una singola coppia.

L’attaccamento come base sicura

Bowbly ha definito l’attaccamento come “quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diventa evidente ogni volta che la persona è spaventata, affaticata o malata, e si attenua quando si ricevono conforto e cure” (Bowlby, 1988)

Il bambino sviluppa delle aspettative sulla capacità del caregiver di rispondere ai suoi bisogni, di essere una “base sicura” nella quale tornare quando serve protezione.

A seconda delle interazioni tra caregiver e bambino, quest’ultimo può formarsi delle rappresentazioni mentali (Modelli Operativi Interni) di sé, del caregiver e delle relazioni. Mary Ainwotrth, attraverso un interessante paradigma sperimentale, ha rilevato questi diversi pattern di attaccamento:

  • Attaccamento sicuro: la madre è sensibile ai segnali del bambino e responsiva alle sue richieste, il bambino esplora l’ambiente, può dare segni di sconforto all’assenza della madre e farsi consolare al suo ritorno;
  • Attaccamento insicuro ansioso: la madre è imprevedibile (molto affettuosa o rifiutante) e non responsiva alle esigenze del figlio, il bambino tende a starle vicino e non esplorare, in sua assenza è disperato e quando torna e non accetta di farsi consolare;
  • Attaccamento insicuro evitante: la madre rifiuta il contatto fisico, il bambino sembra essere indifferente alla sua presenza o assenza e quando torna non le si avvicina.

Esisterebbe inoltre un pattern di attaccamento definito “disorganizzato” in cui il bambino non riesce ad avere un profilo coerente di relazione con la madre e sarebbe legato a vissuti di paura per episodi di aggressività da parte di quest’ultima (Main e Solomon, 1986).

Secondo la teoria dell’attaccamento, i modelli interni guiderebbero gli individui alla ricerca di relazioni simili a quelle che hanno vissuto nell’infanzia.


Le regole del gioco dell'amore (gli schemi)

Oltre alla relazione di attaccamento con il caregiver, nello sviluppare il proprio sistema relazionale che guiderà la relazione di coppia, il bambino è influenzato dalle credenze dei propri genitori sulla propria famiglia e sulla famiglia in generale. Chiameremo queste credenze schemi familiari (Dattilio, 2013)

In psicologia si indica con schema “una codifica mentale delle esperienze che include un particolare modo organizzato di percepire cognitivamente e di rispondere a una situazione complessa o a un set di stimoli” (Webster’s Ditionary, 1989).

In una prospettiva cognitiva (Beck, 1967) l’interpretazione che facciamo di un evento ha un forte impatto su come vi reagiamo e tale interpretazione può essere determinata da delle credenze di base (o schemi) che abbiamo su noi stessi, sugli altri e sul mondo.

Nella nostra famiglia ognuno dei nostri genitori aveva le proprie credenze personali maturate nel corso della propria vita. Tali credenze possono essersi in parte modificate all’interno della coppia oppure essersi incastrate con le credenze del partner (Dattilio, 2001).

La formazione delle nostre personali credenze rispetto alle relazioni (e non solo) le dobbiamo in parte ai nostri genitori. Possiamo averle apprese sia da loro esternazioni dirette (es. “l’amore non esiste, devi solo trovare un uomo che ti sopporti”) sia dedotte da comportamenti e litigi (es. la mamma sbraita e il papà la ignora -> “non serve ascoltare il partner”).

In qualche modo è come se attraverso i propri schemi e le loro interazioni, i nostri genitori (e in diversa misura anche le prime storie, gli amici, la società, i mass media…) ci avessero insegnato quali sono le regole del gioco dell’amore… ma non è detto che siano le regole più utili per vivere bene un rapporto di coppia.


Bibliografia

Ainsworth M.D., Blehar M.C., Waters B.A., Wall S. (1978), Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation, Erlbaum, Hillsdale, New York, cit. in Crittenden, 1999

Baumeister, R. F., & Leary, M. R. (1995). The need to belong: desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychological bulletin, 117(3), 497.

Beck A. T. (1967). Depression: Clinical, experimental and theoretical aspects. New York: Hoeber

Bowlby J. (1988), Una base sicura, Cortina, Milano, 1989

Darwin, C. (2003). L’origine delle specie (1859). Bollati Boringhieri, Torino, 19857.

Dattilio, F. M. (2001). Cognitive-behavior family therapy: Contemporary myths and misconceptions. Contemporary Family Therapy23(1), 3-18.

Dollard, J., & Miller, N. E. (1950). Personality and psychotherapy; an analysis in terms of learning, thinking, and culture.

Donne, J. (1975). Devotions upon emergent occasions. Montreal, Canada: McGill Queens University Press.

Main, M., & Solomon, J. (1986). Discovery of an insecure-disorganized/disoriented attachment pattern. In T. B. Brazelton & M. W. Yogman (Eds.), Affective development in infancy (p. 95–124). Ablex Publishing.

Webster’s New World College Dictionary (4th ed.).(2005). Cleveland, OH: Wiley

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