Disregolazione emotiva nei bambini: cosa significa davvero e cosa aiuta
La disregolazione emotiva nei bambini è la difficoltà a tornare giù dopo un’emozione forte. La parola descrive come funziona qualcosa in questo momento, e compare in situazioni molto diverse tra loro. Sotto trovate perché le strategie che si insegnano ai bambini reggono solo fino a una certa intensità, e cosa possono fare i genitori quando quella soglia è superata.
Che cos’è la disregolazione emotiva
Un bambino di sei anni perde una partita al parco. In quindici secondi passa dal gioco alle urla, si aggrappa alla gamba del padre, gli dice che è il papà più cattivo del mondo. Venti minuti dopo, in macchina, chiede scusa e piange perché si vergogna. L’episodio è costruito, ma riassume decine di racconti che sento in studio.
Quello “scusa” alla fine dice qualcosa di preciso sul minuto prima. Mentre urlava, il bambino non stava scegliendo di comportarsi così, era vittima della sua rabbia.
La disregolazione emotiva descrive questo: l’emozione arriva in fretta, sale in alto e poi non scende. La parte informativa è il ritorno. Un bambino che si arrabbia moltissimo e dopo due minuti è di nuovo che gioca tranquillo, si sta regolando bene. Un bambino che dopo quaranta minuti è ancora immerso nella sua rabbia sta facendo più fatica.
Quando volete capire come sta andando, cronometrate mentalmente il rientro invece del picco.
Perché non è una diagnosi
Il termine “Disregolazione emotiva” è un descrittore aspecifico. Per capirci è più simile a “febbre” piuttosto che a “morbillo”.
Compare nelle relazioni scolastiche, nelle valutazioni neuropsicologiche, nei referti. Ogni volta significa la stessa cosa a livello descrittivo ma può avere cause diverse. La ragione per cui è facile incontrare questo termine è che descrivere il funzionamento invece del carattere ed è un bel passo avanti nella comunicazione: “non riesce a tornare giù” è più preciso e meno colpevolizzante di “è un bambino difficile”. Il rovescio è che una parola clinica diventata popolare tende a trasformarsi in etichetta, e arrivano in studio genitori convinti che il figlio “abbia la disregolazione”, come fosse una condizione a sé stante.
Se avete in mano un documento che la usa, chiedete a chi lo ha scritto rispetto a cosa lo ha osservato e in quali situazioni non succedeva. È una domanda più utile di “quanto è grave”.
In quali situazioni si osserva
La difficoltà ad abbassare l’intensit emotiva dopo un’emozione forte si osserva nei bambini con un disturbo dell’attenzione e iperattività (ADHD), in quelli con quadri d’ansia, in chi ha un disturbo dell’apprendimento (DSA) e passa la giornata a compensare, nei bambini nello spettro autistico (ASD). Si osservano durante una separazione, un lutto, un trasloco, l’arrivo di un fratello. Si osservano in bambini che dormono poco e male da mesi. E si osservano in bambini con un temperamento intenso, senza che ci sia altro sotto.
Queste situazioni hanno poco in comune tra loro, salvo il fatto che chiedono al bambino più di quanto in quel momento riesca a dare.
Ecco perché la stessa parola compare in referti così diversi, e perché nessuno può dirvi cosa significhi nel caso di vostro figlio guardando solo quella. Per comprendere cosa voglia dire disregolazione emotiva per quel bambino serve il resto: la storia, i contesti, cosa succedeva prima, cosa è cambiato.
A che età un bambino impara a calmarsi da solo
La regolazione emotiva si costruisce lentamente, e per anni sta letteralmente “fuori” dal bambino.
Intorno ai tre e quattro anni la regolazione autonoma è praticamente assente. È l’adulto che “presta” la sua calma: voce bassa, corpo vicino, situazione semplificata. La letteratura chiama questo processo co regolazione, e Rosanbalm e Murray lo descrivono come qualcosa che poggia sulla qualità della relazione e sulla prevedibilità di ciò che accade intorno.
Verso i cinque e sei anni compaiono le prime strategie mentali. In uno studio di Davis e colleghi del 2016, bambini di questa età venivano guidati a distrarsi oppure a guardare la situazione da un’altra angolatura mentre vedevano brevi filmati costruiti per suscitare tristezza o paura. Entrambe le strategie hanno prodotto un effetto misurabile sul sistema nervoso. Con la paura, guardare le cose diversamente ha funzionato meglio del distrarsi.
Tra gli otto e gli undici anni le strategie diventano più stabili ma crollano puntualmente sotto stanchezza, fame e frustrazione accumulata. Il consolidamento arriva con l’adolescenza e prosegue oltre.
Perché le strategie che insegniamo ai bambini reggono meno di quanto si spera
Nei primi anni della mia cartiera credevo che fosse sufficiente insegnare le giuste di regolazione emotiva ai bambini affinchè questi impasarrero a regolarsi… ma su questo ho dovuto progressivamente ricredermi.
Per anni ho pensato che insegnare a un bambino cosa fare con la rabbia fosse il cuore del lavoro. Le schede, il termometro delle emozioni, il posto dove andare, il pensiero da sostituire. Non fraintendetemi: funziona! Funziona però in una fascia più stretta di quella che immaginavo.
A intensità bassa i bambini ci provano davvero. Spostano l’attenzione, si provano a rilassare respirando più lentamente, cercano un pensiero diverso, e a volte tutto questo gli riesce. Quando però l’emozione supera una certa soglia quelle stesse strategie smettono di essere disponibili. Non le hanno dimenticate: in quel momento il sistema che serve a metterle in atto è occupato altrove.
Il segnale più chiaro me l’hanno dato dei genitori che mi hanno raccontato una scena di casa: nel mezzo di una crisi, il bambino aveva strappato le schede sulla regolazione delle emozioni che avevamo costruito insieme in seduta. È successo più di una volta, con bambini diversi.
Quelle schede lui le usava. Nei momenti di attivazione bassa le sapeva usare, e in seduta funzionavano. Ma a crisi iniziata non erano più qualcosa che poteva prendere in mano, nemmeno stando su un tavolo davanti a lui. Strapparle non voleva dire rifiutare il lavoro fatto: era il modo più diretto per far vedere che, in quel momento, non c’era niente lì dentro che potesse usare.
Torniamo un attimo allo studio di Davis. Le emozioni indotte nell’esperimento erano lievi, e nascevano da uno spezzone di film in un contesto protetto. Cioè misurava proprio la fascia in cui i bambini riescono a rimettere in campo cognitivamente delle strategie funzinoali. Questo spiega una parte dello scarto tra quanto la letteratura sembra ottimista e quanto i genitori vedono a casa.
La conseguenza pratica è che le strategie vanno insegnate lo stesso, perché servono ad allargare quella fascia e a dare al bambino qualcosa da usare quando è ancora in tempo. Ma affidare a loro la gestione della crisi vera significa contare su uno strumento che proprio in quel momento non è raggiungibile.
Cosa aiuta
Non buttare benzina sul fuoco
Se dovessi tenere una cosa sola di questi anni di lavoro con bambini e genitori, terrei questa (ed è quella che i genitori chiedono meno perché sembra troppo poco).
Durante il picco l’obiettivo non è far abbassare la rabbia del bambino. È evitare tutto ciò che la faccia salire ancora di più. Sono due obiettivi diversi e il secondo è (relativamente) alla portata di tutti, anche alle sette di sera di una giornata storta.
Cosa alza il livello, quasi sempre:
- Le domande. “Perché fai così”, “cosa ti è preso”, “ti sembra il modo”. Ognuna chiede un’elaborazione a un sistema saturo
- Le frasi lunghe. Non riescono ad essere elaborate dal bmabino in quel momento, e spesso l’assenza di risposta viene letta dal genitore come sfida
- Le trattative sul momento. Stesso problema, non c’è abbastanza spazio cognitivo in quel momento. Le regole si discutono prima o dopo
- Alzare la voce sopra la sua, che raddoppia l’attivazione invece di coprirla
- Le minacce di conseguenze inventate al volo, che poi vanno mantenute o ritirate, e in entrambi i casi costano
- Le domande sulle emozioni. “Che emozione stai provando” è utile a freddo ma inutile adesso.
Cosa aiuta: poche parole, sempre le stesse, dette piano. Restare a portata senza incombere. Aspettare più a lungo di quanto sembri sopportabile. Se una frase la volete dire, che sia una che dichiara quello che vedete, tipo “vedo che sei arrabbiatissimo”: non chiede niente al bambino e gli fa sapere che l’avete visto.
Se il bambino è al sicuro, uscire dalla stanza venti secondi è una mossa legittima. Anche l’adulto ha bisogno di regolarsi ed abbassare il suo livello di attivazione. Un adulto regolato è la condizione perché anche il bambino possa regolarsi più facilmente.
Rosanbalm e Murray mettono al primo posto proprio questo punto: la prima regolazione su cui lavorare è quella dell’adulto. Con un limite che vale la pena dire ad alta voce. Alle sette di sera la calma vera non c’è quasi mai. L’obiettivo realistico in quelle condizioni è più modesto: sopravvivere ai dieci minuti senza aggiungere niente.
A sostegno di ciò, una meta-analisi di Zimmer-Gembeck e colleghi su oltre cinquanta studi trova che i genitori che regolano meglio le proprie emozioni hanno figli che regolano meglio le proprie. Gli effetti sono contenuti e la relazione va in entrambe le direzioni, ma c’è sicuramente una relazione tra le due cose.
Il sonno
È il risultato più solido di tutta questa letteratura, e quello di cui si parla meno.
In uno studio di Gruber e colleghi, bambini delle elementari senza problemi di sonno hanno dormito un’ora in più per una settimana. I risultati hanno mostrato che la tenuta emotiva e l’attenzione sono migliorate in modo netto. A valutare questi risultati erano gli insegnanti, che non sapevano quali bambini avessero dormito di più. Togliere un’ora ha prodotto l’effetto opposto.
Quel dettaglio sugli insegnanti che non sapevano quali bambini avessero dormito di più e quali di meno è il motivo per cui questo studio pesa più degli altri. Nella ricerca su questi temi a misurare i risultati sono quasi sempre i genitori che hanno appena seguito il corso di cui si valuta l’efficacia e quindi il loro giudizio può essere viziato. Avere dei giudici indipendentie imparziali sottolineando invece la solidità di quella ricerca.
Inolte, questo risultato non resta isolato. Una sintesi del 2024 sul Psychological Bulletin, che copre oltre cinquant’anni di studi sperimentali su partecipanti di tutte le età, trova che dormire meno riduce le emozioni positive, aumenta i sintomi d’ansia e attenua la reattività agli stimoli emotivi. Nei più piccoli, uno studio di Berger e colleghi ha mostrato che saltare il riposino riduce le reazioni positive alle cose belle e aumenta quelle negative alle frustrazioni.
Quando un genitore mi racconta che le crisi si concentrano nel tardo pomeriggio, le abitudini del sonno sono tra le prime cose che indago.
Far scendere il corpo
Una revisione di Kjærvik e Bushman del 2024 ha confrontato due famiglie di strategie contro la rabbia. Le attività che abbassano l’attivazione funzionano: respirare lentamente, rilassare i muscoli, muoversi piano, uscire dalla stanza. Quelle che la alzano risultano controproducenti secondo gli autori. Vale anche per la corsa, che fa bene al cuore ma aiuta poco con la rabbia.
Preciso però che questi studi sono in larga parte su adulti. Trasferire il risultato ai bambini è ragionevole ma non ancora dimostrato sperimentalmente.
Gli interventi rivolti ai genitori
Gli interventi più efficaci sulla regolazione emotiva dei bambini piccoli non sono rivolti ai bambini, il che è coerente con tutto quello che ho scritto sopra.
Una rassegna del 2023 di England-Mason e colleghi ha messo insieme i programmi che insegnano ai genitori a rispondere alle emozioni dei figli, e ha trovato cambiamenti consistenti nel modo di rispondere dei genitori, e cambiamenti più contenuti ma reali nella competenza emotiva dei bambini.
Sul cosa insegnare, il gruppo di Leijten ha confrontato ventisei tecniche diverse usate in questi programmi. Solo tre risultavano legate a risultati migliori: notare e nominare quello che il bambino fa bene, la lode in particolare, e le conseguenze che discendono in modo naturale o logico da quello che è successo.
Questo ci dice una cosa che per alcuni è controintuitiva: le tecniche per gestire l’esplosione contano meno di quello che succede nelle ore in cui non sta esplodendo nulla. Costruire e coltivare negli spazi e nei tempi liberi da rabbia permette una miglior regolazione in quei momenti.
Tre consigli giusti dati nel momento sbagliato
“Dai un nome all’emozione”. È la frase più ripetuta nella divulgazione italiana sulle emozioni dei bambini, e viene presentata come se nominare l’emozione la disinnescasse. In laboratorio non funziona così.
Nel 2021 uno studio di Nook, Satpute e Ochsner ha chiesto ai partecipanti di dare un nome a quello che provavano e poi di provare a guardare la situazione diversamente, oppure ad accettarla. Nominare l’emozione rendeva più difficili entrambi i passaggi. Nel 2026 un gruppo israeliano ha replicato l’esperimento ottenendo lo stesso risultato, e ha aggiunto che dare un nome all’emozione può consolidare quella che sta emergendo.
C’è da tenere presente però che in quegli studi si trattava di adulti davanti a immagini, e il salto ai bambini disregolati in cucina alle sette di sera non è automatico. Quello che i dati dicono è che nominare non è la leva che disinnesca, non che faccia danni.
Che parlare di emozioni con i figli serva è comunque documentato: una meta-analisi di Zinsser e colleghi ha misurato le pratiche dei genitori che spiegano le emozioni, rispondono a quelle del bambino e gli mostrano come si fa, e ha trovato che tutte sono associate a una maggiore competenza emotiva, con effetti però piccoli. Uno studio che ha seguito per tre anni un gruppo di bambini della scuola dell’infanzia ha poi trovato che è la capacità di regolarsi a precedere e a predire la conoscenza delle emozioni, non il contrario: prima si impara a stare dentro un’emozione, poi la si sa nominare.
Quindi chiedere al bambino di nominare quello che prova serve a costruire un vocabolario emotivo e a fargli riconoscere ciò che gli succede dentro, e sono due cose che si fanno a freddo. “Che emozione stai provando” domandato durante il picco resta una richiesta in più a un sistema già saturo. La stessa domanda il giorno dopo, mentre si mette a posto la stanza, fa il lavoro per cui è nata.
“Vai in camera tua a calmarti”. È il consiglio più antico di tutti e ne circolano due versioni che sembrano identiche e non lo sono.
La prima è un allontanamento: “torna quando ti sei calmato, adesso non voglio vederti così”. Al bambino arriva che l’emozione è il problema, e che finché ce l’ha addosso non è gradito. È esattamente il tipo di risposta che nella letteratura viene classificata come non di supporto, insieme al minimizzare e al punire le emozioni, e la meta-analisi di Lin e colleghi mostra che è su quel versante che si vedono le conseguenze, non su quello delle risposte di sostegno.
La seconda è un cambio di stanza fatto insieme: qui adesso non ci riusciamo, andiamo di là, io vengo con te. Serve a togliere quello che sta alimentando la scena, i fratelli, la tavola, il negozio pieno, e l’adulto resta lì. Sono poche parole di differenza rispetto a “vai in camera tua”, e cambia quasi tutto in quello che il bambino capisce.
Diverso ancora è quando è il bambino a volersene andare da solo. Capita più spesso dai nove o dieci anni, e quando succede va rispettato: alcuni si regolano meglio senza nessuno che li guarda. La differenza sta in chi decide.
Sfogare la rabbia. Cuscini da colpire, urla liberatorie, stanze della rabbia. Di tutti i consigli che circolano è quello che la revisione di Kjærvik e Bushman smonta più chiaramente, perché queste attività alzano l’attivazione invece di abbassarla. C’è anche un secondo motivo, mostrato in un esperimento dello stesso Bushman: chi colpiva un sacco pensando a chi lo aveva fatto arrabbiare finiva più arrabbiato di chi non faceva niente. E un bambino che picchia un cuscino sta pensando al fratello. Muoversi fa bene ai bambini per molte ragioni. Nessuna riguarda la rabbia in corso.
Cosa osservare prima di preoccuparsi
Non troverete qui una lista di sintomi da spuntare. Le liste di criteri applicate al proprio figlio producono due esiti, entrambi inutili: genitori terrorizzati per un funzionamento normale, oppure genitori rassicurati mentre qualcosa merita davvero uno sguardo.
Quello che ha senso osservare, e poi portare a chi valuta:
- Se la difficoltà resta la stessa mentre l’età avanza, invece di attenuarsi
- Se compare in tutti i contesti oppure solo in alcuni
- Se sta togliendo al bambino cose a cui teneva, come gli amici, lo sport, il piacere di andare a scuola
- Quanto pesa sulla vita familiare, che è un dato legittimo da portare
Sono osservazioni e non criteri diagnostici, e servono a rendere utile il primo colloquio invece che generico.
Una grande sintesi di Compas e colleghi del 2017, su centinaia di studi in età evolutiva, mostra che una migliore capacità di regolare le emozioni va insieme a meno sintomi, sia di tipo ansioso e depressivo sia di tipo comportamentale. Resta un’associazione, e come tale va letta.
Quando chiedere una valutazione
Non esiste una soglia numerica, e diffiderei di chi ve ne propone una. Il criterio ragionevole è il costo: quando la fatica sta togliendo al bambino o alla famiglia cose importanti, e quando le strategie già provate non stanno spostando nulla da mesi.
Il primo passo può essere il pediatra, che conosce la storia e orienta. Da lì le strade sono due e non sono alternative. Uno psicologo dell’età evolutiva lavora sul funzionamento del bambino nel suo contesto, e quando il bambino è piccolo il percorso più sensato è spesso quello rivolto ai genitori, per le ragioni che ho scritto sopra. La neuropsichiatria infantile, pubblica o privata, entra quando serve un inquadramento diagnostico più ampio o una valutazione medica, ed è la via da prendere se c’è il sospetto di un quadro che richiede una certificazione.
In molte situazioni le due cose si intrecciano, e non c’è un ordine obbligato. Se non sapete da dove cominciare, cominciate da chi vi risponde prima.
Passerà crescendo?
In molti casi il quadro migliora, perché questa competenza matura per anni. Questo non significa aspettare in silenzio. Quando la difficoltà sta già pesando sul sistema, intervenire prima riduce il tempo passato a stare male, anche se il miglioramento sarebbe comunque arrivato.
Se a scuola non succede mai, lo fa apposta?
No, ed è una delle domande più frequenti in assoluto. Molti bambini tengono insieme i pezzi per tutta la mattina e cedono dove si sentono al sicuro. Il fatto che crolli con voi dice qualcosa sulla relazione, non sulle sue intenzioni.
Fonti
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Ultimo aggiornamento: agosto 2026
