Il mito dell’emisfero destro e sinistro
Il mito dell’emisfero destro e sinistro è uno dei neuromiti più diffusi. Non esistono persone “di cervello destro” o “di cervello sinistro”, e gli esercizi per “integrare” i due emisferi non hanno prove di efficacia. Eppure l’idea resiste: la ritroviamo nei test online, nei corsi di formazione, a scuola e persino in alcuni contesti sportivi e clinici.
In questo articolo vediamo prima cosa si racconta in giro, poi cosa dice davvero la ricerca. Infine smontiamo gli esercizi di integrazione emisferica con le prove disponibili e vediamo cosa funziona davvero per il cervello e il benessere.
Un mito che incontriamo ovunque
Lo conosciamo tutti, anche senza averlo mai studiato. Da una parte ci sarebbero le persone “di sinistra”: logiche, analitiche, ordinate, portate per i numeri. Dall’altra quelle “di destra”: creative, intuitive, emotive, artistiche. È un’idea semplice e lusinghiera, perché ci regala un’etichetta in cui riconoscerci e una spiegazione pronta per i nostri talenti e i nostri limiti.
Ed è un’idea che si è fatta strada ovunque. Sui social circolano test che promettono di svelare il nostro emisfero dominante in pochi secondi. A scuola si sente parlare di bambini “di destra”, che imparerebbero meglio con immagini e movimento, e di bambini “di sinistra”, più a loro agio con parole e sequenze. Nei corsi aziendali si insegna ad “attivare il lato creativo”. E negli studi di riabilitazione, in classe e perfino nella preparazione sportiva si propongono esercizi per “integrare” i due emisferi: toccare il ginocchio opposto con la mano, disegnare in aria un otto orizzontale, muovere braccia e gambe in modo incrociato. La promessa è sempre la stessa: più attenzione, più apprendimento, prestazioni migliori.
E non ci credono solo i non addetti ai lavori. In un’indagine su 242 insegnanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, i partecipanti credevano in media al 49% dei neuromiti proposti, soprattutto a quelli legati a programmi educativi commerciali (Dekker et al., 2012). Nel campione britannico il 91% concordava con l’idea che la dominanza emisferica spieghi le differenze tra studenti. Uno studio statunitense su quasi 4.000 persone ha trovato che il pubblico generale crede al 68% dei neuromiti, gli insegnanti al 56% e perfino chi ha una formazione in neuroscienze al 46% (Macdonald et al., 2017). Un dato colpisce: conoscere di più il cervello in generale non protegge da questi errori (Dekker et al., 2012).
Da dove nasce il mito dell’emisfero destro e sinistro
Come molti neuromiti, anche questo parte da una scoperta vera. Negli anni Sessanta Roger Sperry e Michael Gazzaniga studiarono pazienti con epilessia grave a cui era stato reciso chirurgicamente il corpo calloso, il grande fascio di fibre che collega i due emisferi. In questi pazienti “split brain” si poteva presentare un’informazione a un solo emisfero alla volta, e si scoprì che il sinistro gestiva soprattutto il linguaggio, mentre il destro era più abile in compiti visuospaziali (Gazzaniga, 2005). Per queste ricerche Sperry ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1981 (Sperry, 1982).
Il punto decisivo è che quei risultati riguardavano cervelli in cui i due emisferi erano stati separati artificialmente. In un cervello intatto gli emisferi comunicano di continuo attraverso circa 200 milioni di fibre del corpo calloso (Tarumi et al., 2022). Il passaggio da “in pazienti operati ogni emisfero ha competenze diverse” a “le persone sane usano più un emisfero dell’altro” è stato fatto dalla divulgazione, non dalla ricerca. Corballis (2014) ricostruisce bene come, a partire da questi studi, la cultura popolare abbia trasformato una specializzazione funzionale in una teoria della personalità.
Come stanno davvero le cose
La lateralizzazione esiste, ma riguarda funzioni specifiche, non le persone. Ecco i punti fermi della ricerca.
Alcune funzioni sono davvero lateralizzate. Ogni emisfero controlla i movimenti e le sensazioni della metà opposta del corpo, ma questo è solo l’inizio della storia. Alcune funzioni cognitive sono elaborate soprattutto da un lato. Il linguaggio, per esempio, è affidato prevalentemente all’emisfero sinistro nella grande maggioranza delle persone: solo il 4% dei destrimani netti mostra una dominanza destra, contro il 27% dei mancini netti (Knecht et al., 2000). L’emisfero destro ha invece un ruolo prevalente nell’attenzione visuospaziale, nell’orientamento e in alcuni aspetti del riconoscimento dei volti e delle emozioni. Prevalente, però, non vuol dire esclusivo: anche nelle funzioni più lateralizzate l’altro emisfero partecipa, e i due lavorano sempre insieme (Corballis, 2014).
Le asimmetrie sono molte e organizzate. La prima mappa completa delle asimmetrie funzionali del cervello, costruita con dati di risonanza raccolti in oltre 15 anni, mostra che le funzioni lateralizzate si distribuiscono lungo quattro assi: comunicazione simbolica, percezione e azione, emozione, decisione (Karolis et al., 2019). Gli autori ipotizzano che la lateralizzazione sia una soluzione efficiente nata con l’espansione del cervello, per evitare ritardi di trasmissione tra emisferi troppo lontani. Non è quindi un difetto da correggere.
Nessuno ha un emisfero dominante. Lo studio più citato su questo punto ha analizzato le scansioni a riposo di 1.011 persone tra i 7 e i 29 anni. Il risultato: la lateralizzazione è una proprietà locale delle singole connessioni, e non esistono individui con una rete complessivamente più “sinistra” o più “destra” (Nielsen et al., 2013).
Le abilità complesse usano entrambi gli emisferi. La creatività, per esempio, dipende dall’interazione tra reti distribuite su tutto il cervello, in particolare la rete di default, la rete esecutiva e la rete della salienza (Beaty et al., 2018). Anche la matematica coinvolge aree parietali di entrambi i lati. Etichettare una persona come “logica” o “creativa” in base a un emisfero non ha alcuna base anatomica.
I test sull’emisfero dominante funzionano?
Forse l’avete vista anche voi: la sagoma di una ballerina che gira su se stessa, con la domanda “in che senso ruota?”. Se la vedete girare in senso orario, dice il test, usate di più l’emisfero destro; se gira in senso antiorario, il sinistro. Ma guardatela abbastanza a lungo e succede qualcosa di curioso: a un certo punto la ballerina cambia direzione.
Nel frattempo il vostro cervello non ha cambiato emisfero dominante. L’immagine è semplicemente ambigua, una silhouette senza indizi di profondità, e la percezione oscilla tra due interpretazioni possibili a seconda di dove fissiamo lo sguardo, di cosa ci aspettiamo e di dove va la nostra attenzione. Lo stesso vale per le figure in cui si vede prima un’anatra o un uccello: raccontano molto su come funziona la percezione, nulla sugli emisferi.
La lateralizzazione reale si misura in laboratorio, con strumenti come la risonanza magnetica funzionale o il Doppler transcranico (Knecht et al., 2000). E anche così riguarda singole funzioni, come il linguaggio, non la persona nel suo complesso. Nessuno strumento ha mai trovato un emisfero dominante in senso globale (Nielsen et al., 2013).
Gli esercizi di integrazione emisferica alla prova
Se gli emisferi di una persona sana lavorano già insieme, gli esercizi per “integrarli” partono da un problema che non esiste. E infatti, quando sono stati valutati, le prove di efficacia non ci sono.
| Metodo | Cosa promette | Cosa dicono le prove |
|---|---|---|
| Brain Gym e movimenti incrociati | Integrare gli emisferi, migliorare apprendimento, lettura, attenzione | Basi teoriche respinte dalla ricerca, nessuna evidenza empirica di qualità (Hyatt, 2007; Spaulding et al., 2010; Kroeze et al., 2016) |
| Integrazione dei riflessi primitivi | Ridurre sintomi di ADHD e DSA “maturando” il sistema nervoso | Esiste una correlazione tra riflessi persistenti e ADHD, ma non è dimostrato un nesso causale né un effetto degli esercizi (Wang et al., 2023) |
| Allenamento motorio per dislessia e ADHD (metodo Dore) | Curare dislessia e ADHD allenando coordinazione ed equilibrio | Studi con gravi limiti metodologici, conclusioni non sostenute dai dati (Bishop, 2007) |
| Giochi di brain training | Potenziare il cervello in generale | Si migliora nei compiti allenati, ma il trasferimento alla vita quotidiana è scarso (Simons et al., 2016) |
Brain Gym. È il programma più diffuso, usato in oltre 80 paesi, e si compone di 26 movimenti (Kroeze et al., 2016). Chi lavora con i bambini li avrà visti spesso. C’è il “cross crawl”, la marcia incrociata in cui si tocca il ginocchio con la mano opposta. C’è l'”otto pigro”, in cui si disegna con il dito un otto orizzontale seguendolo con lo sguardo. Ci sono i “bottoni del cervello”, punti da massaggiare sotto le clavicole che aumenterebbero il flusso di sangue al cervello. Il programma propone anche di gattonare, sbadigliare, tracciare simboli in aria e bere acqua prima di studiare (Hyatt, 2007).
Dietro questi esercizi ci sono due teorie. La prima è l’idea di “ripatternare” il sistema nervoso ripercorrendo le tappe motorie dello sviluppo, come il gattonamento, che risale a metodi degli anni Sessanta già screditati. La seconda è proprio la dominanza emisferica, cioè l’idea che i due emisferi vadano “integrati” con movimenti che attraversano la linea mediana del corpo (Hyatt, 2007; Kroeze et al., 2016). Le revisioni concludono che si basa su una visione semplificata del funzionamento del cervello e che le sue promesse non sono supportate da prove (Hyatt, 2007; Spaulding et al., 2010). Una revisione australiana ha anche documentato come diversi enti educativi continuassero a raccomandarlo nonostante le evidenze contrarie (Stephenson, 2009).
Riflessi primitivi. Una metanalisi del 2023 ha trovato un’associazione moderata tra ADHD e persistenza di alcuni riflessi tonici del collo, ma gli stessi autori chiedono studi longitudinali e sperimentali per capire se esista un rapporto di causa (Wang et al., 2023). Una correlazione tra un segno motorio e un disturbo non significa che allenare il segno motorio curi il disturbo.
E l’EMDR? Viene spesso citato come prova che la stimolazione bilaterale “integri” gli emisferi. In realtà l’EMDR è un trattamento efficace per il disturbo post traumatico da stress, ma l’ipotesi sul meccanismo con più supporto è un’altra: i movimenti oculari impegnano la memoria di lavoro e così riducono l’intensità emotiva del ricordo (Landin-Romero et al., 2018). L’efficacia di una terapia non dimostra la teoria dell’integrazione emisferica.
Cosa funziona davvero per cervello e benessere
Il cervello cambia davvero con l’esperienza, ma attraverso pratiche costanti e impegnative, non con esercizi brevi pensati per “collegare” gli emisferi. Ecco cosa ha prove solide.
1. Muoversi con regolarità. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano per gli adulti 150 a 300 minuti a settimana di attività aerobica moderata, oppure 75 a 150 minuti di attività intensa; per bambini e ragazzi una media di 60 minuti al giorno (Bull et al., 2020). In un trial randomizzato su 120 anziani, un anno di camminata ha aumentato il volume dell’ippocampo di circa il 2%, compensando la perdita legata all’età di uno o due anni (Erickson et al., 2011). Sull’effetto sulla memoria in quello studio il dibattito è aperto, perché migliorava anche il gruppo di controllo (Coen et al., 2011). Un anno di camminata ha anche aumentato la connettività tra aree frontali, posteriori e temporali, e chi aveva più connettività migliorava di più nelle funzioni esecutive (Voss et al., 2010).
2. Imparare abilità nuove e complesse. Sei settimane di giocoleria, con mezz’ora di pratica al giorno, hanno modificato la sostanza bianca negli adulti, e il cambiamento dipendeva dal tempo di pratica più che dal livello raggiunto (Scholz et al., 2009). Lo studio di uno strumento musicale iniziato prima dei sette anni è associato a un corpo calloso più sviluppato, cioè proprio il ponte tra i due emisferi (Steele et al., 2013). Sport, danza, musica, lingue: conta la pratica prolungata di qualcosa di impegnativo, non un esercizio isolato.
3. Dormire bene. Il sonno ha un ruolo attivo nel consolidare i ricordi e gli apprendimenti della giornata (Diekelmann e Born, 2010). Per chi studia o si allena, è parte dell’apprendimento, non una pausa da esso.
4. Coltivare le relazioni. Una metanalisi su 148 studi e oltre 300.000 persone ha trovato che chi ha relazioni sociali più solide ha il 50% di probabilità in più di sopravvivenza nel periodo osservato, un effetto paragonabile a fattori di rischio ben noti come il fumo (Holt-Lunstad et al., 2010).
5. Per i disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione, interventi specifici. Nella dislessia funzionano i trattamenti mirati su lettura e decodifica; nell’ADHD il parent training, gli interventi educativi e, quando indicata, la terapia farmacologica. Lavorare sull’abilità che si vuole migliorare resta la strada più efficace.
In conclusione: come riconoscere un neuromito
Il mito dell’emisfero destro e sinistro sopravvive perché è semplice, lusinghiero e parte da un nucleo di verità. Ma tra “alcune funzioni sono lateralizzate” e “esistono persone di cervello destro” c’è un salto che la ricerca non autorizza. Quando incontrate un metodo “basato sul cervello”, queste domande aiutano a orientarsi:
- Cita studi pubblicati su riviste scientifiche? Un libro o un corso senza bibliografia non è una fonte.
- Gli studi sono indipendenti? Ricerche condotte o pubblicate da chi vende il metodo vanno lette con cautela.
- C’è un gruppo di controllo? Senza confronto non si può distinguere l’effetto del metodo da quello del tempo, dell’attenzione o delle aspettative.
- Promette effetti ampi con poco sforzo? Pochi minuti di esercizio per migliorare lettura, attenzione e prestazione insieme sono una promessa troppo bella per essere vera.
- Confonde correlazione e causa? Che un segno motorio sia associato a un disturbo non significa che allenarlo curi il disturbo.
La buona notizia è che il cervello è davvero plastico. Solo che le strade che funzionano sono meno spettacolari: muoversi, imparare cose nuove e difficili, dormire, stare con gli altri e, quando serve, affidarsi a interventi con prove di efficacia.
Domande frequenti
Esistono persone con l’emisfero destro o sinistro dominante?
No. Alcune funzioni, come il linguaggio, sono elaborate prevalentemente da un emisfero, ma nessuna persona ha un emisfero complessivamente dominante (Nielsen et al., 2013).
Quali sono le funzioni dell’emisfero destro e sinistro?
Ogni emisfero controlla la metà opposta del corpo. L’emisfero sinistro ha un ruolo prevalente nel linguaggio nella maggior parte delle persone, il destro nell’attenzione visuospaziale e in alcuni aspetti del riconoscimento dei volti. Le abilità complesse, come la creatività e la matematica, coinvolgono entrambi.
Gli esercizi di integrazione emisferica funzionano?
Non ci sono prove di qualità. Le revisioni su Brain Gym e programmi simili non hanno trovato effetti su apprendimento, lettura o attenzione (Hyatt, 2007; Spaulding et al., 2010).
Cosa migliora davvero il funzionamento del cervello?
Attività fisica regolare, apprendimento di abilità nuove e complesse, un buon sonno e relazioni sociali solide. Per i disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione servono interventi specifici con prove di efficacia.
L’autore
Christopher Cossovel è psicologo dello sviluppo e dell’educazione, psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed esperto in psicopatologia dell’apprendimento. È iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 11926.
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Bibliografia
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